Paura, separazione e fobia

a cura della dott.ssa Barbara Pasini, psicologa psicoterapeuta

Ci troviamo qui per parlare dei bambini, ma forse è meglio dire che questo non si potrà fare, in quanto i bambini non esistono. Esiste tuo figlio, suo figlio, cioè esistono i bambini nella loro unicità, uno per uno, con la propria particolarità. Cercheremo quindi, non di parlare del bambino in sé, ma di parlare del bambino a partire dall’esperienza, dall’incontro di tutti quei bambini che hanno le loro difficoltà, come ognuno di noi ha le sue piccole e grandi fragilità.

Incontro nella mia clinica quotidiana, un bambino di cinque anni e mezzo, che arriva al centre perché la madre è preoccupata dei suoi continui risvegli notturni improvvisi in preda all’angoscia. Il bimbo mi racconta di aver fatto un sogno: “Tutta la notte ho corso per strade lunghe e grandi, ero tutto sudato, ed ero seguito da un enorme mostro dalle braccia lunghe, chiamavo la mamma, ma non ci riuscivo, perchè la voce non usciva. Avevo tanta paura, nessuno mi poteva aiutare”.

In questa vignetta clinica si può già cogliere quello di cui si andrà ad approfondire in questo incontro: la tematica della PAURA, che porta con sé una sede d’interrogativi.

Una risposta impossibile, purtroppo, poichè trovare una ricetta esclusiva e succulenta che vada bene per ogni situazione, quando si tratta di bambini significa proprio avere a che fare con l’impossibile, quindi andremo a vedere quale funzionamento logico sussiste alla base delle paure del bambino, per poi poter cogliere le strategie individuali, dell’uno per uno del bambino stesso.

Per prima cosa, la paura va situata tra i meccanismi di difesa dell’individuo. Si parla, infatti, di paura positiva, che ci permette di utilizzare al meglio le nostre possibilità, e di paura negativa che è invece quella che blocca, che porta alla fuga l’essere umano. Talvolta, la vita sociale dell’individuo può risultarne influenzata. La prima forma può essere chiamata paura esistenziale, la seconda paura clinica.

Nel determinismo della paura intervengono tre fattori: biologico, di personalità ed ambientale (o relazionale). Il primo è in stretta connessione con il cervello e la sua struttura. Per quanto riguarda il secondo fattore, sono molto importanti i primi tre anni di vita dcl bambino, perché è in questo delicato periodo che vengono gettate le basi della personalità. Ne può conseguire un atteggiamento di apertura o chiusura verso l’ambiente esterno. E’ importante il clima che si instaura livello familiare e l’ambiente stesso che circonda il bimbo. La paura è un’intensa emozione derivante dalla percezione di un pericolo, reale o supposto. La paura è la nostra emozione di difesa più importante, è dannosa, ma anche utile e necessaria per affrontare le difficoltà e capire la distinzione tra pericolo e tranquillità. Le paure sono amplificate e sono maggiori nei bambini che affrontano la vita e le loro esperienze per la prima volta. Cambiano in base all’età, all’ambiente e a ciò che i bambini sentono.

È intorno agli otto mesi che compare quella che viene definita la “paura dell’estraneo”: il bambino, che fino ad allora aveva sorriso a tutti e si lasciava tenere in braccio da sconosciuti, inizia a piangere davanti ad una faccia nuova, poiché inizia a riconoscere la persona familiare da un estraneo. Per la prima volta, non si limita a ritrovare nella forma del loro volto qualcosa di simile ai visi che gli sono familiari, e a sorridere. Ma ne coglie la differenza. E ne ha paura: un sentimento nuovo,. ‘che appare spesso immotivato, sgradevole, “negativo”. Che tuttavia rappresenta un segnale molto importante dello sviluppo mentale del bambino.

L’estraneo rappresenta un forte polo di attrazione, di desiderio di conoscenza, inizialmente soffocato dal timore del nuovo, dello sconosciuto. Questa continua altalena fra il desiderio di novità, avventura e il rischio, il bisogno di protezione, di rassicurazione, scandiscono l’intero sviluppo del bambino. Ciò è evidente anche quando il bambino comincia a camminare: fa qualche passo avanti, verso l’ignoto, e poi corte indietro, tra le braccia della mamma. La paura è un istinto adattivo: serve per proteggerci dai pericoli. Anche quando il bambino sembra averla superata. Ogni tanto riemerge, in modo più o meno evidente. In questa fase, riemerge l’antica angoscia di abbandono, presente in ciascuno di noi, che il neonato esprimeva con il pianto in modo ancora caotico, inarticolato, nei suoi momenti di solitudine. Allora, quando la mamma non c’era, si sentiva sprofondare in un vuoto privo di immagini, di pensieri, di sentimenti: era ancora così confuso, unito a lei, che la sua assenza sembrava cancellare l’esistenza di entrambi. Ora, invece comincia ad individuare se stesso come persona separata dalla madre. E quindi da ogni altro: una tappa importante del suo sviluppo mentale e psicologico. E’ naturale che in questa fase anche il distacco dalla mamma sia vissuto in modo più drammatico, come se davvero allontanandosi potesse svanire nel nulla.

Questa paura di separazione dalla figura adulta di riferimento accompagnerà il percorso del bambino in tutto il suo sviluppo, in diverse forme e con diverse intensità.

Il classico gioco del cuccù, dell’apparizione e scomparsa della madre, aiuta il bambino a sperimentare questa sensazione di perdita e di sollievo nel rivedere il suo punto di riferimento.

Tutto questo ha una valenza fondamentale nel percorso evolutivo e accompagna il bambino verso una separazione più elaborata. Questo gioco, nel tempo, prenderà nuove forme fino a trasformarsi nel gioco del nascondino, in cui potrà sperimentarsi nel celare se stesso dagli altri, con il raggiungimento di una piena coscienza del suo corpo, in un’avvenuta separazione dall’altro.